Rapporto sulle Povertà a Cagliari

a cura di Alessandro Floris

scarica in formato PDF

1. Vecchie e nuove povertà. Un quadro preoccupante

Nell'ultimo decennio abbiamo assistito nella Città di Cagliari e nel resto della Diocesi ad un processo di costante dilatazione delle situazioni di povertà e di emarginazione, conseguenza del perdurare della grave crisi economica e sociale che ha investito in modo preoccupante la nostra Isola.
Esistono enormi difficoltà nella ricerca di un posto di lavoro in un'economia fragile e vacillante. La soglia di povertà è aumentata e le giovani coppie hanno difficoltà di costituire un nucleo familiare anche a causa dello spropositato aumento del costo delle abitazioni. Manca un'imprenditoria valida e le classi più a rischio, i giovani e gli anziani, necessitano di un'attenzione maggiore.
Sono infatti cresciute le situazioni di povertà materiale ed economica, legata fondamentalmente al fenomeno drammatico della disoccupazione ma che oggi investe con prepotenza anche le famiglie monoreddito o gli anziani con una pensione minima, ( si tratta delle cosidette "quasi povertà")condizioni che impediscono di far fronte alle necessità della vita quotidiana, soprattutto se si considera la povertà in relazione ai costi dell'affitto, dell'acqua, del gas, della luce e del telefono, spese indispensabili prima di mangiare, di vestirsi, di prendere l'autobus. Emergono, allo stesso tempo, nuove povertà - che riguardano l'infanzia, le donne sole, le famiglie unipersonali, che si affermano come diffusa insicurezza economica che coinvolge nuovi strati sociali - meno riconoscibili, più articolate e differenziate che si affiancano a quelle tradizionali. Non sono più povertà assolute ma deprivazioni relative, perché riguardano la mancanza di risorse per partecipare alle attività e avere le condizioni di vita e i beni che sono usuali alla maggioranza della popolazione.

A Cagliari funzionano ormai da anni tre mense gestite dalle Suore di Madre Teresa, dall' Opera del Buon Pastore e dai vincenziani dell'Istituto S. Giuseppe che quotidianamente assicurano la colazione, il pranzo e la cena complessivamente per circa un centinaio di persone ( immigrati, nomadi, senza fissa dimora, ma anche intere famiglie con bambini e anziani soli).
Nel mese di Maggio è stata inaugurata a Quartu la "Mensa del viandante" , gestita dai volontari della Società di S. Vincenzo, che distribuisce i pasti a circa venti famiglie , per ora il sabato e la domenica.
Di notevole interesse l'opera svolta dal Centro Diocesano di assistenza, diretto dalla signora Anna Luciani, sorto nel 1985 per volere dell'Arcivescovo, che ha sede nel vecchio mercato di via Pola, affittato dal Comune di Cagliari. Il Centro, dotato di cella frigorifera, di nastro trasportatore e di ingresso per i Tir, distribuisce generi alimentari, medicine, vestiario, materassi, reti, giocattoli, ausili per invalidi : abitualmente assiste circa 2200 famiglie.

L'aumento della povertà in questi anni nella nostra Diocesi è dovuto in buona parte anche all'aumento di famiglie che hanno una donna come persona di riferimento, spesso una donna anziana.
La femminilizzazione della povertà, per il crescere della quota parte femminile sul complesso della popolazione povera, riguarda soprattutto le donne anziane, che mediamente hanno una storia lavorativa meno remunerata dell'uomo, e le donne giovani capofamiglia con figli in età prescolare o scolare (madri povere - nubili, divorziate o separate ) la cui condizione si aggrava notevolmente se isolate dal loro contesto familiare o se non ricevono da esso un adeguato sostegno. - per le quali è più acuta l'esigenza di rendere compatibile lavoro e cura domestica, che spesso godono di un sussidio integrativo erogato dalle amministrazioni pubbliche.

Accanto alla marginalità da lavoro, sono aumentati in maniera preoccupante i casi di disagio minorile e un diffuso malessere giovanile , con forme rilevanti di devianza ( teppismo, microcriminalità, tossicodipendenza, alcoolismo ...) e il consolidarsi del fenomeno dell'abbandono scolastico. L'influenza della strada sui ragazzi e sui giovani è andata crescendo a dismisura dinanzi ad un modello di famiglia incapace di educare, talvolta, oserei dire molto spesso, disgregata e davanti alla mancanza di interventi istituzionali di prevenzione e di aggregazione . La scuola si è rivelata impotente dinanzi alla crisi di valori, mentre il condizionamento dei mezzi di comunicazione di massa si è rafforzato purtroppo in senso negativo.

Va segnalato l'enorme lavoro svolto in questi anni dal Centro Sardo di solidarietà "l'Aquilone", diretto da don Carlo Follesa, nel campo della prevenzione e del recupero del disagio giovanile, con l'attività degli operatori di strada, con i centri di ascolto (fissi e mobili), le case famiglia, le comunità di prima accoglienza e le comunità terapeutiche di recupero delle tossicodipendenze; dalla Comunità "La Collina", diretta da don Ettore Cannavera e dalla Casa famiglia a Terra Mala, coordinata dal missionario vincenziano P. Sergio Visca e dalla FdC Sr. Anna Cogoni, impegnate entrambe nell'accoglienza e nel recupero dei minori a rischio e devianti (negli ultimi dieci anni sono "transitati" in queste comunità oltre 1000 ragazzi!)
Ma numerose sono le altre iniziative sorte in questo campo nel territorio della Diocesi , per iniziativa dei Parroci e delle associazioni e gruppi di volontariato, di ispirazione cattolica ma anche di matrice laica. Un esempio fra tutti lo straordinario lavoro svolto nella comunità Parrocchiale del quartiere di S. Elia, una delle periferie degradate della Città.

A queste povertà se ne sono affiancate altre e talvolta più gravi forme, con le quali le associazioni e gli organismi di solidarietà della nostra Diocesi si confrontano quotidianamente: la povertà da salute, che si espande nella sfera della relazione e della socialità; la povertà da istituzione : servizi sociali e sanitari carenti, assenza di vere politiche sociali di accoglienza e di solidarietà; povertà da relazione, che riguardano l'assenza di qualità nei rapporti interpersonali, dove non c'è amore, accoglienza.
Parliamo anche di povertà estreme, quando le povertà citate si accumulano e coesistono.

La Società di San Vincenzo de' Paoli, presente in modo capillare nelle Parrocchie della Diocesi con 40 gruppi, le tradizionali Conferenze vincenziane, e circa 500 volontari, nel 2002 ha da sola seguito 654 famiglie disagiate, 2161 persone in difficoltà.
La metodologia tradizionale della " visita a domicilio" , fa di questi gruppi un osservatorio straordinario delle povertà, dei veri e propri " sensori del disagio sociale".
Tra le tipologie di povertà affrontate , 610 derivano dall'assenza di reddito da lavoro; 326 sono le situazioni di povertà generate dalla malattia e dalle dipendenze ( alcool , droga); 209 riguardano le problematiche familiari ( vita nascente, ragazze madri, solitudine…) 155 sono legate al disagio minorile;; 110 casi relativi a immigrazione e senza casa; 60 casi per problemi abitativi; 58 riguardavano carcerati ed ex.

La comunità civile ed ecclesiale ha dovuto infine far fronte ad altre forme di esclusione sociale, generate dal crescente fenomeno dell'immigrazione (agli ambulanti africani, si sono aggiunti immigrati di etnie mai viste prima: rumeni, slavi, polacchi, albanesi, tedeschi e russi) dal problema della permanenza nel territorio di tribù di nomadi, dal sempre maggior numero di senza fissa dimora.

La Società di San Vincenzo de' Paoli, da oltre tre anni, grazie ad una Convenzione con il Comune di Cagliari, gestisce un Centro di accoglienza notturna per persone senza fissa dimora nella via Bosco Cappuccio, unica struttura del genere operante in tutto il territorio della provincia, capace di offrire ospitalità a quindici persone, alla quale solo recentemente si è affiancata l'opera delle Suore di Madre Teresa, che hanno aperto un dormitorio presso la loro Casa.

Da una analisi qualitativa e trasversale dei dati in nostro possesso, possiamo inoltre affermare che, in modo prevalente e preoccupante nell'area metropolitana (Cagliari, Quartu...), la povertà degli anziani è un problema politico-sociale troppo spesso rimosso, eppure c'è e merita riflessioni approfondite.
Due elementi sono incontrovertibili nella condizione socio-economica della Terza Età: la diffusione della povertà, legata alla scarsità di risorse economiche del pensionamento e alla riduzione del reddito ; l'assenza di misure organiche ed efficaci di contrasto.
L'anzianità è divenuta così un fattore di povertà rilevante : ci troviamo dinanzi ad uno zoccolo duro di povertà che le politiche sociali non riescono ad intaccare.
La povertà diventa così per gli anziani una trappola dalla quale è difficile, o addirittura impossibile, uscire, poiché si somma ai problemi che l'età avanzata comporta: autonomia, salute, solitudine...

Ancora senza risposte adeguate i problemi legati alla prostituzione e all'usura.

2. La risposta della popolazione e il contributo del volontariato

In questo panorama non certo incoraggiante , bisogna tuttavia sottolineare la generosità della popolazione e le iniziative di solidarietà di numerose categorie professionali per venire incontro alle persone più deboli , sopratutto nei periodi più importanti dell'anno.

Ne sono una bella testimonianza le iniziative di solidarietà nel periodo natalizio: l'Albero della solidarietà promosso dai commercianti nella piazza Jenne, in piazza Martiri e in piazza Repubblica, sotto il quale vengono raccolti doni e viveri; le giornate di animazione per bambini nel parco del Monte Claro, con cantastorie, trampolieri e giocolieri; il pranzo offerto nel cuore del parco a duecento anziani nel ristorante "Malastrana" ; quello organizzato dal Cral del Consorzio trasporti e mobilità per gli ospiti della Casa di risposo Vittorio Emmanuele; il grande pranzo che Confcommercio e Comune allestiscono per l'Epifania nella Passeggiata coperta del Bastione S. Remy a Cagliari; infine l'iniziativa , che si ripete ogni anno, voluta dallo showman dell'emittente Sardegna 1 Gennaro Longobardi , che riempie la scalinata della Basilica di Bonaria di doni dei cagliaritani per i più poveri.

Ma accanto a questa solidarietà, spontanea e occasionale, vi è l'impegno quotidiano delle Associazioni del volontariato , soprattutto di matrice cattolica, la cui azione si sviluppa attraverso una profonda "relazione di aiuto", un rapporto personale , permanente e diretto con le persone di difficoltà, in spirito di amicizia e di condivisione.

Il volontariato sardo negli ultimi anni è cresciuto e svolge un lavoro qualitativamente superiore anche perché le associazioni ormai collaborano attivamente con gli enti pubblici favorendo uno scambio di esperienze e professionalità, un'azione in rete che permette di gestire servizi integrati, di qualità indubbiamente migliore. Il volontariato classico gestiva le proprie attività in solitudine oppure costituiva grandi associazioni di mutuo aiuto che rispondevano collettivamente a bisogni specifici, per lo più legati a situazioni di emergenza.
Oggi il volontariato è cambiato: vede riconosciuto il proprio ruolo come soggetto sociale, che ha una sua identità e contribuisce, nel rapporto con le Istituzione, a far sentire la voce dei più deboli,a denunciare carenze e ingiustizie.
Tuttavia il rapporto con l'istituzione non è sempre positivo e talvolta il volontariato finisce con il trasformarsi nel terminale della macchina burocratica del Comune. Infatti non è facile cambiare le istituzioni mentre è molto più probabile che il pubblico cambi il volontariato. La vicinanza con le professionalità strutturate di un ospedale o del carcere, per esempio, crea disorientamento al volontario che deve distinguere la sua attività da quella dei professionisti, trovandosi spesso a esercitare un faticoso ruolo di supplenza, che rischia però di snaturare la sua identità.

Il volontario sempre più si pone perciò nei confronti delle persone in difficoltà NON come erogatore di risorse o autosolutore di problemi, ma accompagnatore in un percorso di autopromozione, avendo come obiettivo l'ESODO dalla POVERTA', cioè la re-integrazione dell'individuo nel circuito sociale, per restituirgli il proprio posto nella società.
Questa metodologia di azione sociale , maturata nel corso degli anni, delinea con forza la scelta di abbandonare ogni forma di assistenzialismo, spesso limitato alla gestione dell'emergenza, al soccorso del bisogno immediato, e guarda oltre verso la soluzione alla radice dei problemi, spingendosi verso un lucido e coraggioso impegno politico , di denuncia delle ingiustizie , di stimolo critico nei confronti delle amministrazioni locali e di partecipazione alla elaborazione delle politiche sociali, a tutela della dignità dei più deboli.

3. Il ruolo della Chiesa locale

Più volte si è udito nelle omelie del nostro Arcivescovo un forte richiamo alle autorità per promuovere coraggiose politiche sociali, a difesa dei diritti dei più sfortunati.

Fra tutte ricordiamo la battaglia per l'accoglienza e l'integrazione delle tribù Rom, che la Chiesa di Cagliari con forza e lungimiranza ha portato avanti con il risultato dell'apertura del campo sosta sulla Statale 554 e le iniziative di sostegno scolastico , di formazione professionale e di valorizzazione della cultura e delle tradizioni dei nomadi.

Un ruolo molto importante è stato svolto in questi anni dalla Caritas diocesana nel promuovere indagini sulle povertà nel territorio della Diocesi, sensibilizzando l'opinione pubblica e stimolando tutti al dovere della solidarietà, specie in occasione delle emergenze sia locali ( vedi alluvione del Basso Campidano ) che internazionali ( come il dramma umanitario in Bosnia prima e nel Kossovo poi) o realizzando opere di notevole interesse nei Paesi del Terzo Mondo ( il più noto è la costruzione di un Presidio sanitario in Perù).

La comunità ecclesiale deve far sentire ancora con maggior forza la sua voce perché vengano realizzati meno interventi assistenziali e più politiche sociali globali, che consentano, con una attenta gestione delle risorse, di restituire alle persone escluse socialmente il posto che a loro spetta nella comunità civile.
Si tratta di mettere mano, con progetti e provvedimenti adeguati, alla radice dei mali e offrire, per quanto possibile , soluzioni ai gravi problemi che affliggono una parte rilevante della popolazione: creare opportunità di lavoro, specie per i giovani; dare il via a piani di edilizia popolare e a forme di agevolazioni per affrontare il dramma della casa , costituiscono alcune urgenze evidenti.

Per tutta la Chiesa cagliaritana alcuni punti sono irrinunciabili e devono coinvolgere tutti, sacerdoti, religiosi, laici:

  1. lavorare alla costruzione di una pastorale organica della carità per una presenza unitaria , e perciò più credibile e incisiva della Chiesa locale nella società civile. Da questo punto di vista emergono due urgenze:
    1. la necessità di approfondire la conoscenza della situazione nella Diocesi, evidenziando le forme in cui si vive la dimensione della carità ( come esercizio individuale; o servizio affidato all'azione personale del parroco; in forma organizzata da associazioni; il grado di sensibilità e di coinvolgimento della comunità; i percorsi che vengono sperimentati per una educazione alla carità) e le zone d'ombra ( soprattutto nelle zone più periferiche della Diocesi) che richiederebbe interventi urgenti e una maggiore comunione ecclesiale, fatta di vicinanza, di condivisione, di sostegno da parte degli Uffici e degli organismi diocesani;
    2. L'esigenza fortemente sentita di elaborare a livello diocesano o di Vicarie di itinerari di formazione qualificata di laici come operatori e animatori della pastorale della carità e l'organizzazione di incontri di approfondimento su tematiche inerenti le povertà e l'emarginazione alla luce dei documenti della DS della Chiesa e dei Documenti del Magistero per sostenere e promuovere un confronto aperto e serio sulla situazione della povertà e di ingiustizia sociale che colpisce larga fascia della popolazione , con particolare attenzione alle forme di disagio e di emarginazione giovanile;
  2. stimolare i movimenti , le associazioni e i gruppi che operano nella Diocesi ad assumere la dimensione del servizio come momento fondamentale dell'azione comune, ed in particolare suscitare in tutti il desiderio di dare attuazione concreta all'opzione preferenziale per i poveri fatta dalla Chiesa , con iniziative concrete che si trasformino in testimonianze di fede e occasione di evangelizzazione;
  3. sollecitare uno stile di dialogo con tutti credenti e non credenti, attraverso iniziative opportune che creino spazi di incontro, confronto e collaborazione: la solidarietà è dovere di tutti e deve coinvolgere tutti gli uomini di buona volontà nella ricerca del bene comune.

4. Conclusione

Anche la comunità ecclesiale dovrà dunque sempre più affrontare non soltanto i problemi della povertà, ma soprattutto la battaglia contro i meccanismi che generano l'esclusione sociale.
Inseguendo la povertà e dedicandosi solo a curare le patologie sociali, si rischia di non offrire soluzioni ai problemi; affrontando i meccanismi si riduce o si ferma l'afflusso di nuovi emarginati, generando speranza.
Sempre più occorrerà accentuare perciò, anche nelle nostre comunità parrocchiali, l'impegno per la prevenzione della nascita del disagio, mobilitando tutte le risorse possibili ( la rinascita degli Oratori come momento di aggregazione e formazione degli adolescenti, proponendo alternative alla strada e al disimpegno; l'educazione attraverso lo sport dei giovanissimi; lo sviluppo di una autentica pastorale familiare...)

Non dobbiamo però cadere nella tentazione e nel rischio di fermarci alle analisi sociologiche , per quanto utili, e alla ricerca di nuovi strumenti e metodologie di azione sociale, anch'essi urgenti e necessari, perdendo di vista la nostra vocazione cristiana.

Sradicare la povertà acquista allora per noi un significato preciso: è la consapevolezza che dietro la povertà materiale e lo stato di privazione e di indigenza vi è un dramma ben più vasto e profondo: è il dramma di una umanità ferita e privata della dignità, piegata dalle avversità, schiava del bisogno, spesso lontana da Dio.
Una schiera di persone che ha un estremo bisogno di umanità e di amore, che attende giustizia, che chiede, innanzitutto, di essere accolta, ascoltata, confortata, compresa, aiutata ad uscire dalla propria condizione di emarginazione e di dipendenza, infine evangelizzata.